
Trascrizione del podcast
Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.
Inferno, canto I, vv. 7-9
Introduzione
Eccoci di nuovo, buongiorno a tutti, e benvenuti nell’episodio speciale di L’Italia raccontata agli studenti stranieri. Io sono Valerio, professore di lingua, linguistica e cultura italiana, e anche se solitamente (usually) l’argomento del podcast lo scelgono i miei studenti, oggi no, oggi l’ho scelto io.
Nell’ultimo episodio, finale di stagione, abbiamo parlato di Dante e della sua importanza. Ho fatto un accenno*, ( ) alla Divina Commedia ma non ho avuto tempo per parlarne.
Ed è per questo che nasce il podcast speciale di oggi.
Dovevo dire qualcosa su quella che per molti è l’opera più grande mai scritta.
Ma parlare di tutta la Divina Commedia, come ho già spiegato parlando di Dante, sarebbe impossibile: sarebbero necessarie dozzine (dozens) di episodi.
Allora parlo solo dell’Inferno? No! Sarebbe comunque* impossibile in 20 / 30 minuti.
Magari avrei potuto (condizionale passato) scegliere un canto, uno dei più famosi, non so, quello in cui Dante nell’Inferno incontra e parla con Ulisse.
O il canto (capitolo) IX, uno dei miei preferiti, in cui riesce ad entrare nell’infernale città di Dite.
O il canto in cui i peccatori / i dannati (sinners) sono bloccati (stuck) nel ghiaccio e il freddo congela loro (freeze) anche le lacrime (tears) negli occhi e provano tanto dolore.
Oppure quando Dante incontra i suoi concittadini fiorentini, tra cui un suo caro maestro, nell’Inferno, tutti ovviamente morti prima di lui e costretti* (they are forced) a correre una maratona senza fine in un deserto di fuoco…
C’è tanto da raccontare, l’universo che crea Dante è incredibile.
Partire però da questi incontri senza raccontare l’inizio non sarebbe una buona idea.
Il viaggio di Dante va fatto passo per passo (step by step).
Magari parlerò degli altri canti in episodi futuri.
La Divina Commedia è bella, magnifica, unica ma può essere anche complessa e complicata.
L’obiettivo qui è trasformarla in qualcosa di più semplice e soprattutto aiutare a capire cos’è.
La Divina Commedia oltre ad essere un’opera grandiosa, una delle più grandi, è una storia.
E ancora di più è una storia vicina a noi, vicina a tutti, non è una cosa lontana e ve lo mostrerò…
E allora, ecco, partiamo dall’inizio e proviamo a rendere (turn) quest’opera in qualcosa di più facile, semplice.
Come?
Con una domanda, una semplice domanda:
“Perché Dante attraversa l’Inferno?”
La domanda è semplice, la risposta… meno.
Ma ci proveremo.
Oggi tenteremo (try) di accompagnarlo e capirlo all’inizio del suo viaggio.
Il viaggio di Dante non è un viaggio breve, e così anche il nostro insieme a lui, ma vi prometto che sarà bellissimo.
Quindi oggi, in particolare, trovate il giusto tempo per ascoltare, pronti a usare la vostra immaginazione per la meraviglia di cui ci parla Dante. Perché Dante crea immagini bellissime e, se noi sfruttiamo, usiamo la nostra immaginazione, questo viaggio diventa incredibile.
Mettetevi comodi e buon ascolto!
Iniziamo.
E prima di iniziare questo viaggio di Dante vediamo un po’ il perché del titolo, perché si chiama Divina Commedia; poi vedremo rapidamente la struttura e poi iniziamo con il viaggio di Dante.
Perché “Divina Commedia”?
E iniziamo dal titolo dell’opera “Divina Commedia” (ricordo di nuovo, con il termine “opera” si intende un lavoro / una creazione fatta da una o più persone).
E inizio subito col dirvi che non è il titolo che aveva scelto Dante.
Perché lui l’aveva chiamata semplicemente “Commedia”.
Fine.
“La Commedia”.
Vi piace?
L’aggettivo “Divina” sarà usato per la prima volta circa 30 anni dopo la morte di Dante da un altro importantissimo scrittore e poeta italiano, Giovanni Boccaccio.
Tuttavia sarà solo due secoli (centuries) dopo che sarà stampata (will be printed) con il nome completo “Divina Commedia”.
Possiamo capire il perché dell’aggettivo “Divina”.
Da un lato, perché racconta di qualcosa di divino, appunto racconta il viaggio di Dante dall’Inferno al Paradiso.
“Divina” anche perché è un’opera incredibile, divina.
E perché Dante la chiama semplicemente “Commedia”?
Facciamo attenzione a non confondere il significato di oggi con quello del passato.
Mi spiego.
Oggigiorno (nowadays), con il genere “commedia”, in relazione a libri, film, serie TV e teatro, si intende una storia divertente (funny).
In passato era diverso.
Andiamo al tempo di Dante, 1300 circa, nel Medioevo (middle age), c’erano due generi principali per le opere letterarie:
Le tragedie e le commedie.
E la differenza era semplice.
Se una storia iniziava con una situazione felice, bella e finiva in maniera triste, dolorosa (painful) o disastrosa, un disastro, allora si parlava di Tragedia.
Se, al contrario, la storia iniziava da una situazione di difficoltà e finiva bene, con un lieto fine, con “tutto è bene quel che finisce bene” (“all is well that ends well”), diceva Shakespeare, allora era una commedia.
Dante parte dall’Inferno e arriva in Paradiso: è facile capire di quale genere faccia parte la sua opera e quindi il suo titolo.
“Divina Commedia”.
La Selva, la Collina, L’inferno e Virgilio
Quindi Dante parte e attraversa l’Inferno (travels through Hell) perché vuole arrivare in Paradiso!
E via, finito!
Abbiamo già la risposta alla domanda del nostro episodio.
Beh non è esattamente così.
Dante, in realtà, sì, potrebbe (could) andare direttamente in Paradiso senza passare per l’Inferno.
Lo stesso Virgilio, durante il loro primo incontro nella Selva Oscura (dark forest), all’inizio della storia come vedremo, dice a Dante di salire direttamente sul monte (hill) e arrivare al principio di tutta la gioia, alla felicità, diciamo anche al Paradiso.
Ricordo a chi parla portoghese o spagnolo: “salire” significa to climb / go up. Da non confondere con “uscire”, appunto “go out / exit”.
Dice Virgilio a Dante:
Ma tu perché ritorni a tanta noia?
Perché non sali il dilettoso monte
Ch’è principio e cagion di tutta gioia?
Inferno, canto I, vv. 76-78
Cari ascoltatori, questa è la lingua della Divina Commedia, è il fiorentino volgare, la lingua di Dante come abbiamo visto nel precedente episodio.
Siete riusciti a capire le parole scritte da Dante? Dai, io penso che qualcosa sì.
Ma state tranquilli perché, anche se durante l’episodio leggeremo quasi tutto il primo canto in lingua originale, io sarò qui a spiegare le parole.
Anzi, la dinamica sarà un po’ questa:
io prima spiego in italiano, in parole semplici, il viaggio di Dante e poi leggerò la parte della Divina Commedia dove Dante parla di quello che vi ho spiegato.
Questa sarà la struttura che userò in questo podcast.
Vedrete che non sarà troppo complicato.
Virgilio chiede a Dante: perché non sali sulla collina che è fonte (source) e causa di tutta la gioia/felicità?
Salire sulla collina, arrivare in cima (the top) per raggiungere la felicità, la luce, la verità, la salvezza o la grazia divina.
E fine del viaggio.
Il problema è che Dante non può!
E non perché sia difficile scalare (to climb) quella montagna o collina (hill) a causa, non so, della pendenza, della natura della montagna.
Sarebbe (would be) facile camminando per Dante arrivare in cima.
Tuttavia lui non può.
Così, Virgilio lo guarda, vedremo chi è Virgilio e cosa rappresenta nell’opera…
Dicevo: Virgilio guarda Dante, capisce perché non può salire e allora gli dice:
a te convien tenere altro viaggio.
Inferno, canto I, v. 91
Ti conviene* (per te è meglio) fare un altro viaggio ossia un’altra strada per arrivare in Paradiso.
L’“altro viaggio” è proprio attraverso l’Inferno.
Capisco che in questo momento, ogni risposta e spiegazione che inizio a dare fa aumentare le domande:
Perché Dante non può salire sulla collina?
Selva Oscura?? Collina???
E chi è questo Virgilio?????
Okay, cari ascoltatori, ancora due minuti di pazienza perché prima di iniziare a leggere la Divina Commedia voglio parlarvi velocemente della struttura.
La struttura
2 minuti di pazienza perché, anche oggi, la parte più tecnica è arrivata.
Ma guardate è interessante, perché Dante, per esempio, si diverte e gioca con la ripetizione ossessiva del numero 3.
Il numero sacro per eccellenza.
Nella religione cristiana il 3 rappresenta la perfezione, la Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, ossia Dio stesso.
Allora, la Divina Commedia è un’opera divisa in 3 cantiche.
Cosa sono le cantiche?
Possiamo immaginarle come dei grandi libri e ognuna (each one) racconta una parte del viaggio di Dante nel regno dei morti (kingdoms of dead):
Ossia
- Inferno,
- Purgatorio
- Paradiso.
Questi sono i titoli delle 3 cantiche, quindi è un po’ come se fosse una trilogia di libri.
Ogni cantica ha tanti capitoli chiamati canti.
Quanti capitoli / canti per ogni cantica? Indovinate un po’?
33!
Di nuovo questo numero sacro.
Se moltiplichiamo 33 canti per 3 cantiche, abbiamo un totale di 99 canti, 99 capitoli in tutta la Divina Commedia.
Più (more) un capitolo / canto introduttivo, per un totale finale di 100 canti.
Qual è il canto introduttivo?
È la Selva Oscura.
È il luogo in cui Dante si è perso (he lost himself).
È l’inizio del viaggio.
Bene, è il momento, iniziamo questo viaggio, anche noi, con lui, come se fosse la prima volta per entrambi (as if it were the first time for both).
L’inizio
Dante, all’inizio del suo racconto, è un ragazzo / un uomo di 30 anni o poco più.
È nel mezzo del cammino della sua vita (in the middle of the journey of his life).
Nel Medioevo 30 anni erano considerati la metà della vita: le persone, ovviamente, all’epoca avevano una vita più breve.
E si è perso (lost himself), ha smarrito (he lost) la diritta via, il percorso corretto.
Immaginiamolo:
Dante è perso, spaventato (scared) e confuso perché non ha idea di come uscire da questo luogo e ancora peggio non sa come ci è arrivato.
L’inizio della Divina Commedia è duro, è forte.
Ecco, tutta questa condizione in cui Dante si ritrova è rappresentata dalla Selva Oscura (the dark forest):
Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una Selva Oscura,
ché la diritta via era smarrita
Inferno, canto I, vv. 1-3
Con questi tre versi* (lines) inizia la Divina Commedia.
Tra i versi più conosciuti al mondo che in Italia più o meno tutti conosciamo a memoria (by heart).
LA SELVA OSCURA
Okay.
Dante è perso. È smarrito (lost) nella Selva.
Ma cos’è questa Selva Oscura?
Dobbiamo immaginare quello che ci racconta.
Provate.
Vi assicuro che non è difficile perché Dante ha scritto tutto con l’obiettivo di trasmetterci delle immagini.
La selva è una foresta, quindi immaginate Dante in questa foresta che è oscura, quindi non c’è luce, è buio (dark).
Immaginate ora un ragazzo o uomo di 30 anni che si è perso in questo luogo, immaginate il suo stato d’animo, cosa provava (what he is feeling).
Questa è la prima immagine che abbiamo di Dante.
Ed è importante vederla nella mente perché, cari ascoltatori, questo non è solo un racconto, una storia, ma tutto quello che Dante ci racconta nella Divina Commedia è una metafora di quello che lui sta vivendo realmente nella sua vita.
Dante ci sta raccontando di se stesso (himself), ci sta dicendo come sta.
È in questo modo (in this way) che dobbiamo immaginare / interpretare tutto quello che leggeremo in quest’opera:
Il Dante protagonista della storia è perso nella Selva perché il Dante poeta, scrittore, quello reale, si è perso nella vita.
Questo è il significato della Selva Oscura, quello che vive una persona quando si perde nella vita.
Nella storia si è perso geograficamente, nella vita reale si è perso dentro di sé (inside himself).
Ha perso la sua direzione morale e spirituale.
Dante ha perso di vista i suoi valori (he lost sight of his values).
Lui stesso ci dice che ha perso la diritta via (the right way).
Come in inglese, “diritta” significa la strada giusta, corretta.
La strada del bene, della bella persona, la strada dei valori.
Dante l’ha persa.
È da questo che inizia il suo viaggio.
Come si è perso?
Perché allora si è perso e ha smarrito la diritta via?
Nella Divina Commedia, Dante, non ce lo dice.
Ma sappiamo cosa è successo nella sua vita reale.
Quindi abbiamo un’idea abbastanza chiara dei fattori, delle cause che hanno portato Dante a perdersi.
E queste cause sono tante, differenti.
Adesso le vedremo ma ricordando sempre che è un uomo del Medioevo.
Dante ha perso la fiducia dal punto di vista spirituale, ha perso la fiducia nella Chiesa (church) di Roma a causa della corruzione.
Infatti nell’Inferno Dante incontrerà tanti papi ed è lo stesso Dante scrittore a mettere questi papi all’Inferno.
Ha perso fiducia nella politica. Abbiamo visto, nel precedente podcast, la sua opinione dell’Italia. Verrà anche esiliato da Firenze.
Infine, molto importante, sta vivendo un grande dolore* (pain) dal punto di vista dell’amore.
Ha amato una donna nella sua vita: Beatrice.
Dante si innamora di lei quando lui aveva 9 anni e lei 8. Poi non la rivedrà per tanti anni.
Dopo quasi 10 anni la incontrerà di nuovo.
Attenzione. Probabilmente Dante non ha mai conversato realmente con Beatrice.
Nella loro vita hanno scambiato solo qualche saluto (si sono detti qualche volta “ciao” e “ciao”).
Tuttavia per Dante questo aveva un valore immenso.
Cari ascoltatori, ripeto, siamo nel Medioevo, il contatto tra ragazzi e ragazze era rarissimo, spesso solo la domenica in chiesa durante la messa potevano esserci dei contatti tra ragazzi e ragazze ed erano spesso solo sguardi (they could only exchange a quick glance).
Nel Medioevo era così.
Quindi per Dante tutto questo era abbastanza (enough) per amare, e lui trasforma Beatrice nel simbolo dell’amore puro, l’amore dei giovani e, per lui, anche l’amore di Dio.
Beatrice muore (dies) molto giovane, quando aveva circa ventiquattro anni.
La sua morte è un trauma enorme per Dante.
Vivrà questo lutto (mourning) per tanti tanti anni.
Ecco perché entra nella Selva Oscura.
La Selva Oscura è un luogo, ma anche uno stato psicologico, in cui entriamo quando ci perdiamo nella vita e Dante lo sa bene.
Anche se “entrare” non è il verbo corretto e il motivo (the reason) lo vedremo tra poco.
Perché prima Dante prova a descriverci bene questa Selva, prova a farcela immaginare.
Per lui dire che cos’è questo luogo è una cosa dura da fare (hard to say).
Ci dice che è selvaggia, che è aspra (harsh) e che è forte (strong / hard).
Ascoltate il suono di questo verso:
“questa selva selvaggia e aspra e forte”.
Sentite i suoni, la musica che creano queste parole, queste consonanti: S, R, T.
Ci sono tante tante figure retoriche in quest’opera e purtroppo non ho il tempo per spiegare tutto. Ma questi suoni ci trasmettono un senso (feeling) riguardo a questa Selva.
Anche la scelta delle vocali e consonanti per Dante non è mai casuale, tutto è pensato per trasmetterci qualcosa.
Poi continua e ci racconta che solo dire che cos’era questa selva è una cosa dura (hard) da fare e che solo il pensiero* (think about it) fa tornare al Dante scrittore tutta la paura (fear), la paura si rinnova ossia la paura torna come nuova.
Sentiamo le parole di Dante:
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
Inferno, canto I, vv. 4-6
Il bene che ho trovato
Questa esperienza per lui è così spaventosa (scary), amara (bitter) che la morte (the death) è poco di più (a bit more).
Però, poi, ci dà un messaggio importante, uno dei più importanti della Divina Commedia.
Dante ci dice che sebbene (even if) questo viaggio che ha fatto sia veramente spaventoso, ce lo racconterà e ci dirà quello che ha scorto / che ha visto (what he saw).
Perché?
Perché di questa sua esperienza terribile ci vuole raccontare del bene, delle cose belle che ci ha trovato.
Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
*dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. *
Inferno, canto I, vv. 7-9
Dobbiamo fare una distinzione importante da ricordare per tutta l’opera, fate attenzione qui:
- Il Dante viaggiatore, protagonista della storia, sta facendo il viaggio.
- Il Dante scrittore, poeta, reale ha già fatto il viaggio.
SONNO, ANESTESIA
Poco fa avevo detto che “entrare” (nella Selva) non è il verbo corretto.
Perché Dante non entra nella Selva, ce lo dice chiaramente, lui non sa bene ridire, ossia non sa dire di nuovo, ripetere, come ci è entrato.
Ci dice solo che era pieno di sonno* (really sleepy) e questo sonno gli ha fatto abbandonare la diritta via, lo ha fatto perdere nella vita.
Non sa di preciso quando si è perso, sa solo che aveva molto sonno quando si è perso.
Qui Dante vuole dirci qualcosa di importante!
Forse vuole dirci che lo smarrimento, perdere il percorso, entrare nella selva, perdere se stessi, non sono cose che arrivano all’improvviso, in un preciso momento, ma avvengono (happen) quando viviamo avendo sempre “sonno” (while we feel sleepy).
Ossia quando la nostra vita diventa torpore* (when we always feel numb).
Quella sensazione di vivere, ma anestetizzati, in cui tutto nella vita sembra quasi aver perso sapore (flavour), senza gusto (taste), senza vero piacere (pleasure).
In quella fase della vita in cui si vive sempre stanchi, con sonno, lontani dal pensare, è in quel momento che ci perdiamo e si entra nella Selva Oscura senza esserne coscienti (aware).
E allora mi domando, cosa vuole dire Dante quando dice che non sa come è entrato nella selva ma sa solo che aveva sonno?
Forse le delusioni nell’amore, nelle relazioni umane, nei valori, nella politica, nella fede ecc. vengono prima, per Dante come per noi.
Poi c’è il sonno, sentirsi stanchi, continuamente intorpiditi (numb) e poi l’arrendersi (give up).
Portando tutto anche al nostro tempo: è il momento in cui il mondo si anestetizza, si scappa (run away) dal proprio pensiero e si reprimono (repress) i sentimenti e allora, in quel momento, c’è lo smarrimento della verace via (the right way).
Siamo nella Selva Oscura.
Sentiamo come Dante ci descrive questo:
Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.
Inferno, canto I, vv. 10-12
Non sappiamo quanto tempo Dante passi in questo luogo.
Ma sappiamo che a un certo punto esce dalla “valle” ossia la selva.
E ci dice cosa vede perché all’improvviso giunge*, arriva ai piedi di un colle (hill / mountain’s feet) fuori dalla Selva che è terminata / finita, quella selva che gli aveva compunto*, trafitto* (pierced) il cuore con la paura.
Dante guarda in alto e finalmente, dopo tanta oscurità, vede un po’ di luce (light) che proviene (comes) dalle spalle (shoulders) di questa collina.
Ossia Dante vede sorgere (rise) il sole, che lui chiama “pianeta” (planet) e che manda, “mena”, (spreads) i suoi raggi (rays) per ogni calle (“calle” con il significato spagnolo di “strada”), ossia il sole manda la luce in ogni direzione, illumina tutto.
Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,
guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.
Inferno, canto I, vv. 13-18
Dante vede questo pianeta, il Sole, sorgere da dietro le spalle della collina e diffondere la luce e allora la paura diventa (becomes) più “queta”, più silenziosa, meno forte.
Dante insiste tanto su questa parola, la “paura”, che gli è entrata nel lago del cuore, nel profondo del cuore, durante quella terribile notte, ossia quel periodo oscuro (dark) nella selva. Periodo passato con tanta pietà, pietosamente.
E ci descrive perfettamente, con una similitudine, cosa sta sentendo.
Proviamo ad immaginare cosa sta sentendo grazie a quello che ci dice:
È appena* (just) uscito dalla Selva.
Dopo un lungo periodo smarrito (lost) e al buio (darkness) nella foresta.
La paura gli è entrata nel cuore e lo ha quasi ucciso (kill), ce lo ha detto chiaramente.
Poi vede finalmente una luce in cima a questa collina.
E si sente come chi è sopravvissuto (survived) a qualcosa di terribile, come un naufrago (a castaway?) che esce dall’acqua e raggiunge la riva (reaches the shore) con lena affannata, ossia senza più forze, senza aria, e si volge, si gira (turns himself) verso l’acqua pericolosa e guata (?).
Così si sente Dante, così si sente il suo animo (his soul), fuori dalla Selva ma che sta ancora fuggendo* (running) e si guarda indietro a mirare, a guardare (to look) il passo, il percorso della selva che non lascia mai sopravvivere nessuno (no one survives), ossia nessuna persona esce viva dalla selva oscura.
Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta.
E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata,
così l’animo mio ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.
Inferno, canto I, vv. 19-27
Dante finalmente è fuori dalla selva, ma prima di continuare il viaggio si gira a guardarla un’ultima volta con il terrore di chi è sopravvissuto a qualcosa di terribile.

Intepretazione e lettura
E anche noi, prima di continuare il viaggio con Dante nella seconda parte — e quindi vedremo cosa accadrà (happen) adesso, anche perché è uscito, come si esce dalla selva, cosa succederà dopo e perché dovrà andare nell’Inferno — dicevo, prima di concludere questa prima parte volevo dire qualcosa sull’interpretazione di questo testo.
Perché ogni lettura e ogni spiegazione che si fa di ogni opera d’arte, che sia un testo scritto, un film… è sempre un’interpretazione di chi la fa.
Chi legge non è lo scrittore, non è il creatore e quindi c’è sempre un livello di interpretazione. Così anche nel mio caso.
Il mio obiettivo in questi episodi, come ho già detto, è tentare di spiegare il più facilmente possibile, anche perché il pubblico è principalmente straniero, quella che è un’opera complessa, bellissima e grandissima.
E, allo stesso tempo, è far nascere quella curiosità, avvicinare le persone a quest’opera, alla Divina Commedia, perché è veramente bella, parla di noi.
Quindi, concludendo, questa è una mia interpretazione che si basa sugli studi fatti all’università, su libri letti e studiati per passione personale, ma che ha sempre un livello di interpretazione.
Io sarò fedele a questa interpretazione, ma c’è sempre un livello mio.
E se dobbiamo riportare quello che ha vissuto Dante nella Selva Oscura ai giorni nostri, come lo spiegheremo?
Come possiamo spiegare la Selva Oscura?
Un’altra domanda, ne parlavo a lezione con gli studenti: come poteva Dante spiegare, a livello psicologico, quello che viveva se la psicologia ancora non era stata definita?
Non esisteva la psicologia nel Medioevo.
E quindi cos’è questa Selva Oscura?
Per provare a rispondere… anzi faccio una domanda…
E riprendiamo quello che ci ha detto Dante.
Ci dice che questa paura è così forte che gli rompe il cuore (it breaks his heart) e lo fa sentire vicino alla morte più di una volta, lo fa sentire senza aria, senza respiro, e che poi una volta passato tutto questo lo fa sentire come un sopravvissuto…
Non so, questa paura che gli entra nel cuore di cui parla spesso Dante, questa manifestazione della paura, oggi non lo chiameremmo “attacco di panico”?
Non so se avete mai sentito la descrizione di un attacco di panico o lo avete mai provato, spero per voi di no.
Se avete mai avuto esperienza diretta o indiretta di un attacco di panico.
La descrizione è questa… è esattamente questa.
E quindi la domanda mi viene spontanea.
Ovviamente ai tempi di Dante, ripeto, non c’era la psicologia per spiegare determinate reazioni umane.
Ma questo non significa che queste reazioni umane non esistessero.
C’erano!
E come poteva Dante, prima della psicologia, descrivere queste cose qui?
Se non attraverso immagini, metafore, figure retoriche, comparazioni?
Io, per portarlo ai giorni nostri, ho avuto questa idea leggendo e studiando la Selva Oscura.
Una persona in una grave crisi, in una depressione, diremmo oggi?
Non lo so, però mi piace vedere come Dante riesca a descrivere perfettamente quello che noi abbiamo dentro, ed è per questo che dico sempre che quando Dante parla di sé stesso nella Divina Commedia sta parlando in realtà di tutti noi.
Ma per la parte 1 finiamo qui, con questa lettura originale della Divina Commedia e anche questa interpretazione un po’ più moderna.
Ci sentiamo con il proseguimento della storia di Dante nella Divina Commedia, nella seconda parte.
Canto I
Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita. 3
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura! 6
Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. 9
Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai. 12
Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto, 15
guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle. 18
Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta. 21
E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata, 24
così l’animo mio ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva. 27

